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Remo Bassini ha recentemente riproposto il suo sondaggio scrittori d’oggi: i migliori cinque; l’anno scorso erano tre. Come allora, anche in questa occasione mi ha colpito, più che qualche presenza, una quasi-assenza. Nelle cinquine di adesso due persone hanno nominato Vincenzo Consolo; vai a capire se gli altri votanti non l’abbiano mai letto o non l’abbiano amato.
Certo, non è chiaro se la votazione riguardasse “le più piacevoli letture” oppure una considerazione sulla scrittura, su quelle che sbrigativamente possiamo definire “tappe” nella storia della narrativa.
 
Vincenzo Consolo recentemente è uscito dal “pubblico silenzio” che lo caratterizza, fatte salve le circostanze nelle quali tacere è venir meno ad un dovere etico.
Quest’estate il sindaco di una ridente cittadina della costa messinese, Capo d’Orlando, ebbe la buona pensata di prendere a martellate una targa della piazza dedicata a Giuseppe Garibaldi, «feroce assassino al soldo degli inglesi». Consolo, nativo del vicino comune di S. Agata Militello, ha preso posizione con parole che non lasciano spazio alle “interpretazioni”.
Al peso delle sue parole si aggiunge il fatto di essere l’autore de Il sorriso dell’ignoto marinaio. E qui potrei perdermi in considerazioni su un certo indipendentismo / separatismo siciliano che prende come pretesto – più che per giustificazione storica – il sangue versato dal “popolo” in una lotta che era patriottica o sociale… si legga il romanzo e ci si faccia un’opinione da sé.
Io mi limito a riportarne qui alcuni passaggi perché mi è caro ricordarli.

S. Agata Militello (Me) 
«E cos’è stata la storia sin qui, egregio amico? Una scrittura continua di privilegiati» - scrive Enrico Piraino di Mandralisca a Giovanni Interdonato nella “Lettera preambolo a la memoria sui fatti d’Alcàra li Fusi”, che costituisce il sesto capitolo de Il sorriso dell’ignoto marinaio ed è sicuramente il testo più emblematico per capire la poetica di Consolo. Partito con lo scopo di descrivere la rivolta contadina con le parole dei contadini, il nobile illuminato barone di Mandralisca si accorge presto che il tentativo è ipocrita e vano:
«...sarà possibile, amico, sarà possibile questo scarto di voce e di persona? No, no! Ché per quanto il cuore e l’intenzione sian disposti, troppi vizi nutriamo dentro, storture, magagne, per nascita, cultura e per il censo. Ed è impostura mai sempre la scrittura di noi cosiddetti illuminati, maggiore forse di quella degli ottusi e oscuranti da’ privilegi loro e passion di casta. Osserverete: ci son le istruzioni, le dichiarazioni agli atti, le testimonianze... E bene: chi verga quelle scritte, chi piega quelle voci e le raggela dentro codici, le leggi della lingua? Uno scriba, un trascrittore, un cancelliere (...) Che vale, allora, amico, lo scrivere e il parlare?»

(volendo, vedete qua)
domenica, 07 settembre 2008
Antonio Moresco / Il primo amore
 
Giulio Mozzi ha proposto nelle settimane scorse ai lettori di Vibrisse, e a chiunque vorrà liberamente farlo, di scrivere il proprio testamento biologico e di mandarglielo (qui). Ha dato l’esempio scrivendo e pubblicando il suo.
  
È una proposta giusta e di cui sentiamo l’importanza. Anche noi del Primo amore stavamo preparandoci negli stessi giorni a fare lo stesso, per cui abbiamo proposto a nostra volta a Mozzi di unire le forze e di raccoglierne altre per dare maggiore espansione a questa assunzione di responsabilità personale e umana.
 
(continua a leggere)
giovedì, 04 settembre 2008
Lo so, può sembrare assurdo “duplicare” qui immagini e testi che sono già in rete. Anche perché, se fosse per la loro sintonia con l’idea di resistenza che vorrebbe essere la “cifra” di OS, certi blog quasi per intero potrebbero “traslocare” qui. Col favore delle nebbie, per esempio, oppure Pane di grano duro di Ida Gallo (o "l'altra parte di lei"). Che l’autrice non ne abbia a male, ma OraSesta non può fare a meno delle sue immagini e delle sue parole. (T.M.)

IdaKrot - Vicoli (panedigranoduro.splinder.com)

IdaKrot - Vicoli

                  Ad infilarti nel vicolo, a volte ci senti il profumo del bucato
                  e lo stridìo della carrucola per far spazio sul filo 
                  ad altri panni ancora.
                  Dentro ci si nasconde il vento, sbuffa tra le maniche
                  d’una camiciola poi la risucchia tutta e riappare come vela
                  bianca bianca in un cielo che potrebbe confondersi col mare.
                  Nel basso dalla porte quasi sempre verdi si smuove la tenda 
                  linda nelle trine e c’intravedi un dentro angusto e buio
                  come certi pensieri appiccicati nella testa, pure se tenti
                  di scacciarli ad uno ad uno.
                  Un antro in cui s’é consumata una vita intera intera
                  fra lo strillo di un bambino, un sugo che ribolle sulla fiamma
                  e lo sbattere di una porta per il troppo sopportare.
                  In attesa di qualche miglioria, confidando ora nell’aiuto 
                  di qualche santo con tutti i cherubini, ora in qualche altro 
                  più triviale che in cambio di un voto assicurato,
                  ha riempito gli occhi cavi di promesse che
                  stanno tutte ancora lì, ad aspettare.
mercoledì, 03 settembre 2008

Tony Gatlif - Swing / Yavaran Masseme - Chant de la Paix (con sottotitoli)
lunedì, 01 settembre 2008

                                                  di Lino Di Gianni


                                Il primo giorno, la finestra rimase chiusa.
                                I cani abbaiarono, confondendo le attese,
                                nell'aria l'odore di pioggia, che non venne.

                                Nel posto delle fragole, vicino al muro,
                                un secchio capovolto, 
                                la gomma dell' acqua tra la polvere.

                                Qualcuno disse di aver visto una bicicletta,
                                ma il giorno dopo non c'era più.
                                Alcuni trovarono vecchi volantini,
                                uno sciopero di otto ore, compagni delle
                                fabbriche, aderite, 1973.

                                Ma fu solo con la Luna piena,
                                arrivata d'anticipo,
                                che le strade del paese si riempirono di gente.
                                Silenziosi, degli uomini
                                arrotolarono prati e trascinarono alberi
                                spianarono colline e deviarono torrenti.

                                La mattina, accanto alla bicicletta
                                una scia di formiche e la punta dei cani
                                fecero trovare l'uomo 
                                e la valigia.

                                Dentro, nuove sementi, 
                                il sogno di Liberi tutti.

                                Nelle lenzuola stese, il risveglio
                                dei figli della mezzanotte.
domenica, 31 agosto 2008
(sottotitolo: la rete)

All’inizio era soltanto una fotografia, frutto di occhi un po’ malinconici, da “signora di una certa età”, sul blog che raramente attraversa la soglia di casamia.

 

Poi è arrivata irazoqui; a lei quella fragola parlava in un’altra lingua.
 
«Lo zio drè aveva le fragole nell'orto su di sopra. me le indicava con quell'impaccio che è tipico di un certo ramo della nostra famiglia, impaccio e orgoglio e rassegnazione insieme. erano così rosse e lui così sconfitto, senza moglie né figli, senza la terza media né patente. teneva il suo orto certosino, preciso preciso in ogni parte. fitto e geometrico.
le fragole erano vicino al muro dove io, poi, ho piantato la mimosa.»
 
«Anche queste fragole crescono vicino a un muro, nel cortile del mio posto-di-lavoro. Ad occuparsene - e delle rose e della magnolia, del melograno e di altro che ogni tanto fotografavo e "postavo" qui [cioè lì, per esempio] - è un ex-operaio ex-cassintegrato ex... "Erano così rosse e lui così sconfitto" - Una lunga storia in una manciata di parole.»
 
Così ho risposto a irazoqui. Poi è arrivato Lino Di Gianni e la “storia” della fragola è diventata una "storia che siamo noi".
 
                                            vicino al muro, nel cortile 
                                            della rosa e della magnolia 
                                            crescevano fragole 
                                            rossi i sogni 
                                            i cortei interni, le lotte per le case 
                                            Alle finestre socchiuse 
                                            son rimaste le cicale 
                                            ma lui coltiva ancora 
                                            il seme che resta 
                                            dei sogni avanzati

sabato, 30 agosto 2008
«Il Maestro disse loro: chi sia il tuo prossimo non è determinato dalla tua nascita, la tua condizione, la lingua che parli, il tuo ethos (che significa, in realtà, il modo di condursi che è diventato anche tuo), ma da te. Tu puoi riconoscere l'altro uomo, che ti è estraneo culturalmente, che è straniero linguisticamente, e che -per volontà della provvidenza o per puro caso- giace da qualche parte tra l'erba lungo la tua strada, e creare la suprema forma di vicinanza, non già data dalla creazione ma creata da te.» (Ivan Illich)
 
(letto dalle parti di aureliovalesi; foto di varasca)
venerdì, 29 agosto 2008

Out of the Black - di Arimane
giovedì, 28 agosto 2008
"...denaro... non bisogna mai aspettare
tristemente la sua fine
ma finirlo prima che finisca da solo,
visto che comunque è destinato a finire
."
(Patrizia Cavalli)
venerdì, 22 agosto 2008
“Si dà il caso che oggi io sia a due dimensioni.
Le cose che mi vengono alla mente sono larghe e sono lunghe, per di più colorate,
e per esplicarle non c’è altro modo possibile che …”
da il “Il lasciapassare” (Dino Buzzati)

blog_e_nuvole

«Blog & Nuvole si propone di riunire la scrittura proveniente dai Blog e il Fumetto, due modi espressivi della contemporaneità che per le capacità di sintesi possono interagire valorizzandosi a vicenda nella creazione di un nuova forma artistica.

La scrittura
Fra le migliaia di brani pubblicati quotidianamente nella Rete, dove si stratificano racconti ed emozioni, l’intento è quello di salvare le migliori narrazioni che rischierebbero di auto-divorarsi dentro al meccanismo frenetico della pubblicazione. Tra queste saranno prese in considerazione le più intense e riconoscibili come “pitture a parole”. Esse pongono infatti al centro più che il personaggio e le sua normale esperienza, quella parte di noi che si astrae dalla soggettività umana eppure la descrive con abilità, attraverso oggetti, incertezze, sogni e fantasie.

Il fumetto
Il Fumetto è un’arte grafica popolare in grado di condensare situazioni traslando in epico la realtà quotidiana. E’ una forma d’arte in continua evoluzione, tra le più vive di oggi.
Gli artisti, sensibili alla forza delle parole, possono trovare nella narrazione breve e originale del web nuove strade espressive per il fumetto.»
mercoledì, 20 agosto 2008

di elisnelpaese

"Demorsi Appuli curantur sono, saltu, cantu, coloribus""
(
Gaudenzio Merula, "Memorabilia", cap. LXIX, Lione 1556)

Si svolge in questi giorni nel Salento, una manifestazione chiamata "La Notte della Taranta" che porta in quei luoghi molti visitatori da tutto il bacino mediterraneo e artisti da diverse parti del pianeta.
Qualcuno avrà sentito parlare  del "
tarantismo" ancora presente nel secolo scorso nel Salento, zona della Puglia che Ernesto De Martino - etnologo, creatore del metodo d'indagine definito "magismo etnologico" e  grande studioso del fenomeno - chiama "La terra del ri-morso".

Il tarantismo era un aspetto della religiosità locale risalente al Medioevo e protrattosi fino al tardo 1700, il quale  si manifestava attraverso un rituale legato al morso della taranta (ragno noto col nome di tarantola) e al relativo esorcismo-adorcismo di natura pagana entrambi collegati ai riti dionisiaci: una manifestazione di tipo corale, dove la danza, il ritmo e la musica assumevano il ruolo di risveglio dal morso, risveglio che produceva nel malcapitato (soprattutto donne) nuove ed insospettate energie che portavano alla guarigione.
 
La storia del Tarantismo vuole che le donne addette alla raccolta del grano, fossero morsicate dal pericoloso ragno che inoculava nel loro sangue una sostanza tossica simulante una crisi epilettica. Provocato l'offuscamento della coscienza, la taranta costringeva le donne ad un comportamento inusuale: con movimenti sussultori del corpo e spesso in atteggiamenti lascivi, sdraiate per terra e attratte dai colori forti o dalle note di musica suonata nelle vicinanze, esse si trascinavano, accompagnate da suonatori di  vari strumenti musicali,  dalle loro abitazioni al centro della piazza del paese o sul sagrato di una chiesa, sempre nel loro dimenarsi che simulava il movimento del ragno.
La musica aveva un effetto terapeutico e il contatto con il luogo consacrato - non a caso il  santuario dedicato a San Paolo sopravissuto al morso di un serpente -  concludeva il ciclo della terapia necessaria a guarire dal morso.

"Così attraverso il simbolismo della musica e della danza, il passato di dolore, le sconfitte dell'anima della tarantate, sono stati evocati, fatti traboccare e risolti in un nuovo equilibrio che durerà fino al nuovo tempo del ri-morso, sino alla stagione del nuovo raccolto...Per una volta all'anno esse scrollano il peso dei tormenti del loro numero anonimo nella società e della privazione di diritti e possono recitare la loro disperazione davanti a una folla di spettatori.." (Ernesto De Martino) 

De Martino parla di "ri-morso", cioè del riproporsi ogni estate nelle donne [effettivamente morse o solo sotto effetto di suggestione] dell'ancestrale ricordo del morso della taranta, divenuto simbolo, di generazione in generazione, del femminile disagio del vivere in zone spesso arretrate rispetto al resto del terrritorio.
Ritenuta agli inizi degli anni cinquanta una malattia dell'ambito psichiatrico a causa delle poche certezze che le persone colpite ogni anno dal tarantismo fossero  state veramente morse dal ragno, si deve proprio ad Ernesto De Martino il recupero a rango di rito magico-religioso della civiltà contadina, che divenne poi circoscritto [nell'ultimo periodo della sua sopravvivenza] alla  sola zona della
Grecìa Salentina.
Oggi si presenta  come evento di aggregazione favorito dalla danza  e dalla musica, ma è stato contaminato recentemente da riti e strumenti appartenenti ad altre storie per la forte attrazione esercitata nell'immaginario primitivo, comune in diverse culture e a diverse latitudini.

La riproposizione del tarantismo nella Notte della Taranta, è ormai  uno spettacolo coreo-musicale anche se di suggestione estrema,  che cattura e trasferisce al pubblico presente il desiderio irrefrenabile di danzare -la pizzica, appunto - con effetto liberatorio e rigenerante attraverso un movimento ritmato e ripetitivo. Come  mostrano i ballerini e i cantori del video qui sotto, in una versione moderna della pizzica tarantata.

 

 

 

martedì, 12 agosto 2008
080809-7.32
sabato, 09 agosto 2008

di Zaritmac

 mare-Zaritmac

«Erano saldati da una riga blu cobalto, un discrimine d'azzurro cupo tra due campionari di gradazioni di celeste, disposti in direzioni opposte, come due cataloghi capovolti sullo stesso tavolo. Una scriminatura dalla tonalità scura nell'ordinato disordine delle sfumature variamente digradanti.
Ho cercato il capo del filo che lo fissa alla stoffa per avviare la traccia del cucito. Quel nodino che blocca il cotone a un punto fermo e consente di tendere il filo fino a garantire una salda sutura.
Ma l'orizzonte è soltanto imbastito e, a tirarne il filo da un capo, il cielo si scuce dal mare e non resta che il buco di un vuoto infinito.»
venerdì, 08 agosto 2008

Chris Álida & Aitan

fototrittico di gaetano 'aitan' vergara (c) ahosto 2005

Attraverso le sue lenti scure vedeva minaccioso il cielo leggermente ingrigito.
Dall’alto delle scarpe col tacco, presentiva scoscesa la strada in pendenza.
Avvolta nel suo mantello, le sembrava afa il lieve tepore dell'autunno.
Si fermò e guardò davanti a sé.
Con tanta roba addosso non sarebbe avanzata neanche di un passo.
Si spogliò di tutto e cominciò a volare.
Dietro di lei, tutto il mondo cambiò il suo corso.

giovedì, 07 agosto 2008

elisnelpaese

"L'impero delle luci - Magritte

 

Il portone d'ingresso è spalancato, salgo con un battito d'emozione le strette scale. Il palazzetto è stato messo in vendita, m'informa mio zio che abita nei pressi. Non sono interessata all'acquisto ma sono tornata per sentire ancora parlare.
L'ombra di Lucia si aggira all'interno delle stanze che sanno di muffa. Qui era la padrona, anche se è sempre stata una schiava.
Lui era il vero padrone, quel distinto uomo con gli occhi corvini come solo i siciliani sanno avere, bello, ma soprattutto con baffetti che tanto attirano Lucia, le mani curatissime con un particolare: l'unghia del mignolo lunga e ben sagomata da sapienti cure di un' esperta.
Lucia, manicure per autoelezione nel piccolo paese sperduto ai bordi dell'Alcantara, bellezza mediterranea, lontana ascendenza spagnola con la passione nel cuore e il fuoco nel corpo, perfetto: ha solo diciotto anni quando entra per la prima volta nel palazzetto di Don Franco, vedovo da qualche mese e alla soglia della maturità.
Lucia sente il fascino dell'uomo superiore, ma ne ha anche paura. Don Franco invece è gentile. E premuroso: le sue premure si trasformano mano a mano in una vera idolatria per la giovane manicure che vorrebbe sempre con sé.
Lucia prima si sottrae, timorosa di Dio come le hanno insegnato i suoi genitori, poi poco a poco cede al fascino dell'uomo elegante ed esperto di cose d'amore.
Gli anni passano, Lucia continua ad entrare nel palazzo come manicure e ad uscirne come concubina, senza mai ascoltare le maldicenze della gente, senza mai emettere un solo suono alle domande pressanti dei suoi famigliari.
Continua ad entrare nel cuore dell'uomo, senza mai chiedere, e l'uomo apprezza silenzio e devozione.
Fino al giorno in cui  il Don all'improvviso le dice:
"Ti sposo, prepara le tue carte e vai dal parroco. Gli ho già parlato, non voglio dote, tu sarai la tua dote".
Lucia fugge, si chiude nella sua misera casa e non vuole più parlare.
La madre cerca di convincere la figlia che non si può chiudere la porta alla fortuna. Lucia è muta, insegue un pensiero fisso che solo lei può leggere. Per distogliere il suo cuore da questo pensiero, continua a curare le mani delle comari e delle ricche signore che vanno a trovarla  per sapere della faccenda. Ma lei lavora in silenzio, muta, come sempre è stata la sua vita.
Il Don arriva un giorno sul suo calesse davanti alla porta dell'ostinata Lucia. Lei scosta le tendine della finestra e guarda fuori.
L'uomo compie un gesto che nessuno del suo livello avrebbe mai accettato di fare: si inginocchia e supplica.
Poi solleva in alto le mani e mostra i mignoli con le unghie incredibilmente lunghe e incolte.
Lucia torna al suo lavoro. Entra ed esce per circa vent'anni da quel palazzo, fino al giorno in cui il Don muore.

Il palazzetto ancora non si vende, pur con la sua luminosa bellezza.
Tutti dicono, ma più di tutti il fiume racconta, che lo spirito di Lucia ogni sera torna a curare quel gentiluomo che, da schiava, voleva renderla padrona.

lunedì, 04 agosto 2008
Nicoletta Buonapace – Piera Ventre / racconto a quattro mani


C’era stata molta agitazione, sin dal mattino presto. La madre lo aveva svegliato che ancora il sole non era che un’idea, e lui si era ritrovato dentro tutto quel movimento, gli abiti stesi sopra ai letti, il via vai dei passi nelle cucine, le voci che si rincorrevano di stanza in stanza.

Sua sorella, al centro della camera in fondo al corridoio, con quel vestito bianco, tutto pizzi e merletti, aveva l’aspetto d’una grossa nuvola spumosa, gli occhi lucidi, le gote rosse e le mani che tremavano. La madre e la nonna, attorno a lei, sembrava che stessero addobbando un albero di natale, e lui, il più piccolo in quella casa, incantato a osservare questo spettacolo mentre loro non facevano altro che dirgli, levati di qui, va’ a vestirti, come se, in qualche modo incomprensibile, intralciasse la magia che era nell’aria.
Controvoglia rientrò nella sua stanza dove gli abiti nuovi aspettavano, esausti sul letto, di essere indossati.
Prese la camicia, candida, di un candore lucente, imbarazzante. I pantaloni con la riga dritta, come quelli d’un uomo. Alla fine si guardò allo specchio. Non era alto. Non abbastanza. Ma aveva gli occhi blu per i quali le comari del paese gli facevano sempre i complimenti. Gli dicevano, sembri un angelo, e gli strizzavano le guance, con quelle dita ruvide, di donne dei campi, ma lui avrebbe voluto essere aquila, altro che angelo, e volare lo stesso.
Dopo poco, un grido lo raggiunse.
Il suo nome riecheggiò frangendosi sui muri della casa. Erano tutti pronti. Il corteo si avviò lungo la stradina. Lui, a seguire, l’ultimo, gli occhi bassi sul nero lucido delle scarpe. Sembravano ali di corvo, sul biancore dei sassi. […]

continua a leggere
lunedì, 04 agosto 2008
domenica, 03 agosto 2008
Linguaglossa
(pittura murale a Linguaglossa)


C’era una volta un re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva:
“Raccontami una storia!”.
E la serva stava per cominciare, ma il re la fermò:
“Portami una penna e un foglio di carta”.
E quella stava per andare, ma il re la fermò di nuovo, ci pensò un momento e poi ci ripensò e alla fine disse:
”Portami anche un abate con le formule di incipit e un ostensorio per la benedizione, due scrivani con ciascuno dieci boccette di inchiostro e una risma di carta, tre rilegatori con ciascuno mille metri di filo da rilegatura, quattro intagliatori per le decorazioni con ciascuno una sporta di borchie di argento brunito, cinque pellai esperti con ciascuno una pelle pregiata per la copertina, sei miniaturisti con i colori più belli e i soggetti più fantasiosi, sette mercanti di pietre preziose per le incastonature sulla costola, otto cantastorie di strada per farti venire l’ispirazione e nove danzatrici arabe per distrarmi ogni tanto dai tuoi racconti senza fine.”
La serva porse al re la carta e la penna e incominciò:
“C’erano una volta nove danzatrici arabe su un carro trainato da muli, sulla strada per il palazzo reale. […]
 
continua sul blog di usermax
giovedì, 31 luglio 2008
di Zena Roncada


I giorni del silenzio hanno l’ovatta intorno.
Non chiudono, ma neppure aprono.
Arrotondano.
Premono contro la vita ma non sono la vita, come certi imballaggi preventivi, che solo tolgono aria e asprezza, in regime di parità.
Imbalsamazioni domestiche di spigoli e dolzure.
 
I giorni del silenzio proteggono un segreto o filano una paura.
Si arrendono ai pensieri rampicanti, che salgono lungo le certezze, bussano alle finestre, battono ai ricordi, complice il vento, poi si allontanano, all’invito di una ringhiera.
 
I giorni del silenzio fanno nido in altri giorni, come il cuculo.
Corrono avanti, cancellano il già stato, mettono in croce coscienza e speranza, in parti uguali, poi scuotono il grigio e tornano al presente, in nebulose chiare.
 
Restano sospesi.
Nella timidezza del racconto.
lunedì, 28 luglio 2008
di Gianni Priano

 

Matematico. Ci vuole qualcuno che dia una mano, nel forno.
Così si mette a camminare su per la strada romana, fuori dalla Città di Voltri, tra i canneti e gli ulivi, il mare giù a strapiombo.
Fa effetto il paesaggio a Baciccia? Indovinala grillo. Se entri in negozio ti declama Dante, meno te ne importa e più lui te lo declama. Ma se gli porti a vedere un poemetto, una piccola cosa notturna dedicata a tua moglie per chiedergli un parere si spazientisce, neppure prende i fogli che tieni tra le timide dita: carmina panem non dant, sentenzia. Come volesse sputarti in un occhio o cavartelo, l’occhio.
Gli darà emozione quel boschetto di lecci e il vento che viene giù dalla Gava e l’azzurro del cielo e la punta di un bricco o un rivo che appena gorgoglia?
Di certo c’è solo che arriva sudato a Niarbe, da Dria, il padre di Manìn. Sono Baciccia figlio di Antonio della Casarossa, ho fatto la guerra e fabbrico il pane.
Vi conosco, dice quell’altro. E aspetta. [...]

dal blog aureliovalesi.splinder.com
continua a leggere
giovedì, 24 luglio 2008

panedigranoduro.splinder.com

«Luoghi come incavi e prominenze del corpo, solchi profondi sulla pelle.
Camminarci é come accovacciarsi in un'impronta.»

i luoghi di IdaKrot
lunedì, 21 luglio 2008
«pita pitela, di Elia Malagò, uscì per la prima volta nel 1982, copertina nera e fregio verde a fare da cornice. Per i tipi di Forum/Quinta Generazione, nella Collana Poesia 80, diretta da Giampaolo Piccari.
Ora i Feaci ne accolgono un nuovo approdo, in forma del tutto rispettosa del testo originale, accompagnato da una nota di Rita Baldassarri e da una lettura di Gino Baratta.
Si vorrebbe avere una voce potente, quella dei fuochi che bruciano e schioccano d’estate sulle spiagge di Po, per salutare questo attracco, capace com’è di incrinare, per un attimo, la coltivata vocazione alla riservatezza dell’autrice, e di ospitare, nei possibili transiti della sua poesia, il regalo di un indugio (o di una tangenza).
Non di fermarlo.
Perché questo compete al testo poetico: l’inarrestabilità dei passaggi, la persistenza della mobilità.» [...]

Zena Roncada

Elia Malagò - pita pitela (FeaciPoesia) 

«per voi
perché insieme abbiamo atteso l'alba sull'altro versante, gli occhi fissi al mare.
Mi incammino.
Vi lascio questa conchiglia di voci e uno zufolo di salice e rubilia, casomai voleste inventare una pita pitela di vagabondi in cerca del sentiero che porta alla tana del sole.
Ci incontreremo ancora, forse. A un crocevia
Accenderemo un falò aspettando che la luna sfondi le pareti del cielo. E mi porterete l'avventura la tenerezza l'esilio e le mappe nuove. Chissà.»
elia
mercoledì, 16 luglio 2008

 

Testa di Afrodite, museo archeologico di Taranto

Qui,da noi, la memoria è culto, è prospettiva di interiorità (letteralmente quel complesso di pensieri, sentimenti e interessi che costituiscono la vita spirituale di un individuo) nelle nuove generazioni. La memoria come apripista al meraviglioso-fantastico che si alimenta dall' appartenenza alla grande storia quella della Magna Grecia in primis, da tradizioni locali, dal vissuto quotidiano, dalle giurisdizioni ed etnie diverse, di fatalità e predestinazione, di immaginazione spinta e sagge verità, in un contesto dove il sostrato cultural-linguisto è assai conservativo.

Le storie spesso sono rielaborazioni [per successivi punti di vista] di spezzoni di vita vissuta e confermano la prodigiosa intuizione di un famoso antropologo, Ernesto De Martino, che per primo le studiò e le restituì alla dignità del vero o, perlomeno, del verosimile, come nel caso delle Tarantolate.

De Martino con i suoi studi e  le sue indagini, restuì infatti alla gente gli avvenimenti, i sussurri, i rimescolamenti, il crogiolo incadescente delle parole che si riversavano di notte sotto le stelle nei "cunti" delle vecchie donne, a volte fate a volte streghe, e che ancora oggi continuano a snodarsi lungo un filo sottile e misterioso sullo sfondo di un biancore abbacinante come solo la luce del Salento sa essere.



COLORI ARCHETIPICI TARANTINI

(affabulazione di Elisabetta Mori R.)


 


Nella bottega di Cataldo il sole entrava per scaldare le poche suppellettili, le statue, i corredi funebri con una tenacia insistente, tale che ogni suo raggio sembrava volesse donare l’alito della vita alle inerti creature: dalla finestra ad oriente, fino al desinare; dalla finestra ad occidente, fino al tramonto.
Quando le campane della chiesa vicina suonavano il Vespro, Cataldo lasciava gli inanimati compagni delle sue giornate e ritornava alla piccola casa nella città vecchia; qui si ristorava con un bicchiere di tamarindo e si sedeva a guardare il mare, nel balconcino dalla ringhiera di ferro una volta adorno di gerani. Rimaneva per ore; solo quando l’ultima barca si era allontanata sul sentiero tracciato dalla luce delle lampare, Cataldo rientrava per consumare la parca cena. L’ultimo rito della giornata era la sosta di qualche minuto – il tempo di una fugace ma intensa preghiera - sull’inginocchiatoio che il figlio del Vecchio Signore gli aveva regalato a ricordo della devozione e dell’affetto portato a suo padre.
Il primo gesto della giornata, invece, era l’osservazione attenta di un punto preciso sulla linea dell'orizzonte da dove vedeva rientrare, finalmente, le paranze dalla pesca. Allora raccoglieva il suo fagotto con la colazione, dava le lische avanzate dalla cena al sonnacchioso gatto nero, poneva la caffetteria, già caricata per l'atteso, sul fornello più piccolo della cucina economica e se ne andava alla sua bottega.
Le creature lo aspettavano impazienti di essere inondate dai raggi e dalla conversazione dei passerotti che non si preoccupavano di posarsi sui loro nasi o sulle loro teste, dopo aver gradito le briciole che Cataldo lasciava cadere sul pavimento. Ma quel giorno il sole era stato trattenuto da un comizio di nuvole grigie che avevano intasato le vie del cielo e un’atmosfera pesante gravava sui volti di tutti i presenti; i busti di gesso di Pitagora e Falanto restavano imbronciati di fronte al cicaleccio eccitato delle Tanagrine, le quali, raccolte in circolo, si contendevano l’attenzione del Giovane Signore dal profilo greco, appena entrato nella bottega.
"Buongiorno Cataldo"
"Buongiorno a Voi Signoria. I fregi per la porta della cappella sono pronti; certo ci vorrà un buon muratore, esperto e delicato perché il risultato finale sia soddisfacente."
"Non temere Cataldo, ho scelto il migliore e comunque tu sorveglierai i lavori."
"Io Signoria? E la mia bottega, chi la guarda?"
"Starò io con le tue creature, nessuno le importunerà. E poi devo scegliere qualche statua per il giardino interno della mia casa di campagna"
Il tono di voce della Signoria dal profilo greco era piuttosto ironico, ma Cataldo non se ne diede cura. Le Tanagrine intanto si apprestavano a sfilare ed ognuna di esse sperava di essere scelta, pur sapendo che sarebbero state oggetto di scherno da parte di qualche villano. Il bruno Signore dal profilo greco si aggirava tra i busti di gesso, accarezzava, sfiorava guardava e intanto pensava alla leggenda sorta intorno al Tesoro delle Tanagrine.
La voce popolare sussurrava che agli inizi del secolo (ventesimo, n.d.a) durante lo scavo per una tomba destinata ad un notabile del luogo, fosse stata trovata, insieme a molte Tanagrine, una statua di Vittoria Alata, una Nike che si distingueva per bellezza ed armonia, al cui interno erano conservati monili di oro e pietre preziose.
Durante la notte la Nike fu rubata insieme al favoloso tesoro.
Leggende, voci, sussurri, rimestii di parole trasmesse di padre in figlio, ma che in tanti anni non avevano trovato riscontro. Il Signore dal profilo greco sorrise e si fece beffa, in cuor suo, della credulità popolare.
Il lavoro di Cataldo terminò prima del previsto, il muratore era stato abile e veloce.
Tornato alla bottega, invitò il suo ospite ad accettare in dono due statue femminili molto ben rifinite dalla sue stesse mani, ma quando il figlio del Vecchio Signore indicò quella in fondo, nascosta nell’angolo più buio della bottega, Cataldo gridò:
"No, quella no, per quella mio padre è morto e al suo interno era nascosto solo questo…"
E tirò fuori uno specchio ornato di fregi di vile metallo nel quale forse la Nike era solita mirarsi quando i raggi del sole picchiavano dritti su di lei.
Il Giovane Signore si ricordò di Pietro, pescatore del luogo morto in circostanze misteriose la stessa notte in cui la Vittoria Alata sparì.

domenica, 13 luglio 2008

Si intitola Era mio padre, è edito da Fazi, costicchia (16,50), è un gran bel libro, inclassificabile come il suo autore, Franz Krauspenhaar. Quel che andrò postando, ora, non è nient'altro che un commento, scritto di getto, in un attimo, sul mio blog. Qualcuno(a) però lo ha notato e mi ha chiesto di riproporlo. Volentieri.

Quando ci presentiamo agli altri ci presentiamo con la maschera migliore che abbiamo. Era mio padre è un libro con più maschere. La vita di Franz Krauspenhaar con l’ombra del padre, che ha combattuto per l’esercito tedesco. Un libro di viscere, sincero, onesto. Franz non nasconde le sue maschere peggiori, le sue debolezze, la sua aggressività, la sua incapacità a vivere e ad adeguarsi ai gruppi (aspetto, questo, che mi è particolarmente caro). Franz è un anarchico di destra (con amici e richiami di sinistra), senza carta di indentità. Non è tedesco, non è italiano, ma è italiano ed è tedesco. Non è mai fiero di quel che fa ma un po’ lo è: perché - almeno - ti dice chi è lui, apertamente. senza filtri. Una auto biografia non è mai sincera, perché anche con noi stessi noi non siamo sinceri. Io comunque i complimenti a Franz li ho fatti: si è denudato, senza paura, lasciando alla scrittura, che non è mai perfetta, il compito di fare luce.

PS. L'ho presentato a Vercelli e Trino. Una presentazione, un tramezzino, un'altra presentazione, un boccone e una birra. Ci siamo divertiti. Perché abbiamo invitato la gente a "cazzeggiare" con noi. Invece è successo che qualcuno si è commosso... Insomma, ci siamo divertiti e ci siamo anche un po' rattristati pensando alle persone che non ci sono più.

domenica, 13 luglio 2008
foto: Varasca
martedì, 08 luglio 2008

(visto da miskin)

giovedì, 03 luglio 2008
30 giugno 1969

Passo tutta la notte interrogandomi sul senso di questa Chiesa. Se sono certo in coscienza che è un grave ostacolo all'evangelizzazione, che debbo fare? Siamo nella stessa situazione in cui scoppiò la Riforma.
I fermenti di rinnovamento sono costantemente bloccati dal centrali­smo monarchico di Roma e si esauriscono nella sterile protesta o nell’abbandono da parte di molti di ogni speranza che si arrivi a qualche cosa. Altri, nel clero, si gettano sullo studio e sfornano opere su opere, traduzioni su traduzioni che rivelano l'insostenibile posizione di que­sta Chiesa di fronte all'Evangelo e producono un fosso ulteriormente profondo fra un piccolissimo gruppo che può accostarsi a queste opere (fra il clero) e la maggioranza che non ha tempo né voglia né altre pos­sibilità di leggerle; mentre la separazione tragica con la massa prende sempre di più la sua reale fisionomia, proprio a causa di queste opere. Che debbo fare? Qual è l'esigenza di fedeltà a Cristo se lo vedo tradito da questa Chiesa? Al termine del turno di lavoro dico a bruciapelo a Castellani: la gente che pensa del Cristo? Lui capisce che la domanda riguardi esclusivamente il suo pensiero: siamo noi, Cristo siamo noi, poveri cristi. Sì, lui avrà fatto qualche cosina in più ma la differenza con noi è molto poca. Insisto: ma la gente, quella che tu conosci, il comune della gente, che ne pensa di Cristo? Non ne sa niente, mi risponde. Né se ne cura di sapere. Ma quale è la ragione? Incalzo. Adesso mi chiedi troppo. Dovrei chiederlo a me stesso e nemmeno io so rispondere per quello che mi riguarda.

(Luisito Bianchi: I miei amici. Diari (1968-1970), Sironi 2008, pp. 483-484)
lunedì, 30 giugno 2008
Davvero singolare la condanna inferta dal Tribunale di Modica a Carlo Ruta, storico, scrittore, ricercatore di verità. Egli, infatti, è stato condannato a 150€ di multa e al pagamento delle spese giudiziarie per un totale di 5000€, perché ritenuto colpevole di violazione dell’art. 16 della legge n. 47 del 1948, la c.d. legge sulla stampa.
Il giudice Patricia Di Marco, dietro denuncia presentata dal magistrato Agostino Fera, ha considerato un normalissimo blog (accadeinsicilia.net) alla stregua di un giornale. Nel caso di specie il reato imputato è di “stampa clandestina”, delitto commesso da chiunque intraprenda la pubblicazione di un giornale o altro periodico senza che sia stata eseguita la registrazione prescritta. Ma per la prima volta tale norma è stata applicata, in Italia e probabilmente anche in Europa, ad un sito Web e un blog. […]
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il sito "storico" di Carlo Ruta: Le inchieste
venerdì, 27 giugno 2008
Graziano Spinosi - Moskva

22 giugno 2008

Il cielo di Mosca, in questo periodo, si alza e si abbassa repentinamente, cambiando così lo scenario di un luogo che non promette e non regala niente a nessuno. L'aria sa di zolfo e di polvere da sparo: è una città rovente ma ad ogni angolo puoi incontrare qualcosa di meraviglioso. Ho cercato con imprudenza, per strada e nei grandi cortili, gli indizi dei personaggi della letteratura russa. Rari, gatti a parte, per fortuna ancora gli stessi.

Graziano Spinosi
Le altre immagini
martedì, 24 giugno 2008
080621-Rovigo-Carlo Muratori

Dopo aver ascoltato per la prima volta il nuovo disco di Carlo Muratori La padrona del giardino, mi ha colto una sensazione pericolosamente somigliante alla delusione. Ma come?! Una come me... anzi, proprio io, “meglio conosciuta” come piccola acritica fan del Maestro, la quale - caso mai e, nel caso, magari per pura invidia - deve salire supra na petra per poter morsicargli la caviglia, io delusa del tanto atteso lavoro “cantautorale” di Muratori? Oibò.

Di Carlo Muratori ho scritto qualche volta, a proposito della sua rassegna “Lithos”, per esempio. Carlo Muratori è colui che ha accettato di venire a cantare per un (il primo e l’unico…) “incontro sull’aia” di OraSesta, gratuitamente; è colui che per il primo “compleanno” ha regalato al sito una sua registrazione inedita. Penso di aver letto di lui e su di lui tutto il leggibile; il suo primo vinile - del 1980 - sono andata a comprarlo da un collezionista, col treno fin dopo Brescia, un giorno d’aprile che poi ha nevicato…
È che amando ci si convince di conoscere a fondo, non sfuggendo all’errore di costruire idoli che agiscono seguendo trame tessute sì amorevolmente ma “di sbieco”, da noi. Dei nostri idoli immaginiamo i passi e loro talvolta “deludono”, cioè (di)mostrano (di essere) se stessi.
 
Perché basta togliere l’audio del “miodisco” di Muratori, con le tracce color sabbia di Lune o color delle pietre arse di Diserti (dei Nakaira), basta uscire da quel cerchio di malìa talvolta struggente che Muratori aveva disegnato sulla faccia della sua terra immaginata o vista, basta ri/posizionare nel lettore il suo album per rendersi conto che La padrona del giardino è bello. Tanto bello.
Costruito, dalle grandi arcate dell'insieme del disco fin dentro nei minimi particolari degli arrangiamenti, come se avesse avuto (avendo avuto?) addosso lo sguardo critico di suo padre fine intagliatore del legno. Scritto con il senso di responsabilità per le tracce che lasciano le parole dette; parole dette nella lingua madre naturale del pensiero, che creano un testo dove l’italiano o il siciliano (o qualche idioma scelto per sonorità) sono abito da lavoro o abito da festa ma non costume o foglia di fico.
 
Non ho le competenze nemmeno per abbozzare una “recensione” di questo disco. Forse avrei potuto fare la “piccola fan” che compita con diligenza... Ma è successo che sono andata a sentire la conferenza (“Canti da ballo, canti d’amore”) e il concerto serale organizzati al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, la sera del 21 giugno, giornata della musica, notte d’incanti.
Ed è calato il silenzio su quel chiostro e Carlo Muratori era musica, lui tutto quanto, un tutt’insieme con la sua chitarra che pare, nelle sue mani da maestro-falegname, quello che la poesia della mia lingua chiama legno sacro, divinatorio, creatore di ritmo di suono e di poesia-in-canto. C’era Muratori “l’imbonitore”, cantore di tempi tanto antichi da essere l’universale più attuale, tanto siciliano da essere greco e spagnolo e anche polacco dell’ “amore che beve” della Siracusa invisibile nella globalizzazione della sofferenza, il canta-storie dall'imperativo - talvolta persino morale e, in un senso molto alto, politico - di «cantari».
C’era Carlo Muratori che, prometto, non definirò mai più nemmeno tra le virgolette della citazione di parole d’altri “patriarca del folk”; c’era Muratori che sottolinea “l’importanza politica del plurale” iscritto nel suo cognome, quello che costruisce case per le parole antiche, le incide nelle pietre che vibrano insieme alla sua voce settima – settima! – corda della sua chitarra.
C’era Muratori costruttore di un’integrità umana e artistica al quale il mercato discografico forse non porterà mai il riconoscimento adeguato ma lui, tutt’uno con la sua chitarra e con la terra e il sole e la luna, calerà la sua voce nel silenzio d’attesa di sere magiche che sanno il passato e sanno l’oggi e sanno l’amore, imperativo tanto antico quanto universale.

Suta li to finestri - canto di tradizione orale nell'elaborazione di Carlo Muratori

(registrato con una macchinetta fotografica digitale; per la qualità della "ripresa" chiedo scusa innanzitutto al Maestro)

Rai International - Notturno Italiano

lunedì, 23 giugno 2008